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Visioni :: Crepuscoli/12: 2046

Il grande cinema viene dall'Oriente.
Un film-crepuscolo dove melodramma e retrò incrociano il futuro dalle parti di Hong Kong. La linea di confine sfuma, si sposta, in bilico tra tempi diversi, immagini che si sovrappongono ed esseri umani che mutano.

2046. Regia di Wong Kar-Wai, con Tony Leung, Chiu Wai, Gong Li, Faye Wong, Kimura Takuya, Zhang Ziyi, Carina Lau.
Prod. Cina/Francia/Hong Kong, 2004. Durata 120'.


“Nel 2046 corre una rete che collega tutti i punti della terra e c'è un treno misterioso che viaggia regolarmente verso il 2046.
Tutti quelli che vanno al 2046 hanno un solo pensiero in mente: ritrovare i ricordi perduti.
Perché si dice che niente cambia mai, nel 2046. Ma nessuno sa se quel punto esiste veramente, perché nessuno è mai tornato. Nessuno, tranne me.”

2046 inizia con queste parole-manifesto, per chiarire fin da subito che quella cifra così misteriosa non è altro che un simbolo: di un non luogo, di un non tempo, di un non ricordo.
Tutto è immobile e al tempo stesso fluido, nel 2046.

2046 è il numero di una stanza d'albergo, è un treno, è un futuro costruito di ricordi, ma soprattutto è il titolo di un romanzo che sta scrivendo Chow Mo-Wan, nella piccola stanza numero 2047 di una pensione di Hong Kong nel 1966.
Lo ritroviamo qui, Chow, dopo averlo incontrato nel precedente film In the mood for love che si chiudeva nel 1963.

Perché 2046 è anche un seguito, o meglio è uno dei possibili seguiti del film precedente. Quello che è successo nell'intervallo di tempo a noi sconosciuto si confonde tra le pagine del romanzo, sospeso tra passato, presente e futuro.
Le donne di Chow, androidi femmine o giovani in carne e ossa rivivono davanti ai nostri occhi in uno spettacolo di primi piani, colori retrò ed elettrici, sconfinate città futuristiche e piccoli ristoranti della Hong Kong di quarant'anni fa. Tutto è incredibilmente coerente, come in un sogno ad occhi aperti, un sogno romantico e amaro come le lacrime dei rimpianti.

2046 rinnova la tradizione hollywoodiana del melodramma arricchendolo di immagini sbalorditive, movimenti al rallentatore, distorsioni, digressioni didascaliche e tanti primi piani mai banali che scavano nei ricordi scolpiti sui volti dei protagonisti.

La maestria di Wong Kar-Wai consiste nel fondere, nell'unico crogiuolo dei ricordi, momenti e situazioni diversissime, sospese tra il futuro fotografato da algide luci al neon blu, pettinature ai limiti della fisica, vestiti plastificati e spaziali e il passato-presente che rivive nei costumi d'epoca, nel glamour anni '60, nelle pettinature cotonate e tortili, negli orecchini pendenti, negli abiti aderenti di lamé.

Quando scorrono i titoli di coda si ha l'impressione di aver vissuto un incredibile sogno, tale è il disorientamento che coglie lo spettatore. Perché come nei sogni abbiamo assistito ad una storia dove tutto si confonde rimanendo apparentemente logico ed è per questo valore onirico che non appare realisticamente possibile raccontarne l'intreccio. 2046 potrebbe essere rimontato da capo e resterebbe comunque affascinante e credibile. Forse Wong Kar-Wai ha trovato la formula magica del film infinito dove, pur cambiando la storia e le scene, la percezione resta immutata.
Proprio per questo non verrà probabilmente girato alcun seguito: 2046 già racchiude in sé tutti i possibili sviluppi della storia.

Chi se lo sarebbe mai immaginato che l'Oriente avesse imparato meglio di noi la lezione di Fellini?
In effetti si deve riconoscere che dietro questo trionfo di cinema, dietro questa introspezione psicologica in chiave orientale, dietro questa rappresentazione fuori dal tempo e dallo spazio c'è lui, il grande maestro di cui è orfano il cinema italiano contemporaneo.
Ne La voce della Luna, l'ultimo film di Fellini, il poeta Salvini si chiedeva: è meglio vivere o ricordare? Ebbene, 2046 è ricordare per vivere.

Ma a Wong Kar-Wai va anche riconosciuto il grande merito di seguire un personalissimo percorso artistico, che lo porta a narrare i sentimenti e le passioni con una meravigliosa sensibilità, con una ricerca del colore e dell'immagine perfetta, con l'uso della computer graphic non invasivo, bensì leggero e funzionale.

Nella sua illimitatezza, 2046 è definito e assoluto, nonché crepuscolare perché scardina i generi cinematografici in un meltin' pot moderno che tuttavia rifugge il gelido meccanicismo dei rapporti interpersonali da videogioco.
Sono le persone che muovono gli eventi ed è la passione che dipana le storie trascinando lo spettatore in un limbo caleidoscopico come a ricordare che, passato, presente o futuro che sia, l'essere umano è ancora tale finché ricorda, vive, ama.

30/06/2005 - Nìkanor - postato da kzk