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Parole :: Papa Luciani e Calvi, morti in nome del dio denaro?

Due libri, due personaggi che si sono affacciati sul palcoscenico della storia italiana e internazionale alla fine degli anni '70, due caratteri decisamente contrapposti, un unico destino tragico e sicuramente misterioso nell'Italia dei misteri

Due vicende in chiaroscuro, in un intreccio di torbidi interessi tra affari sporchi, politica, religione e in un'Italia ancora dominata da poteri poco limpidi e al contempo difficili da sfidare e, persino, da individuare.
I due uomini protagonisti dei libri di cui vi vogliamo parlare sono papa Luciani e il banchiere Roberto Calvi, le cui storie sono rispettivamente raccontate in In nome di Dio di David Yallop e in Poteri Forti di Ferruccio Pinotti.
Come si diceva due figure così diverse eppure accomunate da una sorte che ha avvolto in un oscuro velo i loro ultimi istanti di vita e non ha mai chiarito i veri motivi della loro sconcertante scomparsa.

Agosto 1978, Albino Luciani - patriarca di Venezia  sale al soglio pontificio come successore di Paolo VI, in pochi lo conoscono, in pochissimi lo avevano considerato tra i papabili durante il breve conclave di quella torrida fine estate.
Perché allora questa elezione apparentemente inspiegabile?
Probabilmente perché il futuro Giovanni Paolo I, oltre ad aver ottenuto il consenso di numerosi cardinali che avevano apprezzato il suo impegno e la sua moralità, veniva considerato dalla Curia romana - il potente e impenetrabile apparato statale del Vaticano - come un papa facilmente influenzabile (e quindi manovrabile) al punto che questa, non avendo i voti sufficienti a far eleggere il proprio candidato, decise di dirottarli sul più "docile" Luciani.

Ma la realtà dei fatti dimostrò che i vescovi e gli alti prelati della Curia si erano sbagliati: dietro la sua apparenza bonaria, schiva e remissiva si nascondeva un uomo molto dinamico, con una vivissima intelligenza e profondamente retto. Già , era un uomo onesto Luciani. E proprio la sua onestà lo porterà a scontrarsi con i poteri forti e corrotti che in quegli anni si erano annidati nelle istituzioni vaticane e che l'autore del libro sospetta essere anche la causa della sua misteriosa morte, avvenuta nella notte tra il 28 e il 29 settembre del 1978, solo trentatré giorni dopo la sua elezione.

"Una dose eccessiva di calmanti ha ucciso il papa", disse il segretario di Giovanni Paolo I.
"L'hanno ammazzato perché voleva cambiare le cose", dichiarò una stretta parente.
"Infarto del miocardio", fu invece l'annuncio ufficiale del Vaticano alla stampa mondiale.
La morte di Albino Luciani fin dal primo momento ha destato molti dubbi e sospetti.
Fu una congiura? Ma chi e perché avrebbero voluto la morte del papa?

Tutto ruota attorno a un'istituzione del Vaticano, lo Ior  - Istituto per le Opere Religiose -, in termini più semplici la Banca Vaticana.
Proprio al suo interno, nel corso degli anni '70, si erano addensati gli intrighi più loschi e inconfessabili, tali da far impallidire le più raffinate trame di Richelieu.
Lo Ior era stato fondato nel 1929, all'indomani della firma dei Patti Lateranensi tra Stato italiano e Vaticano, quando quest'ultimo si era trovato a dover gestire un'enorme liquidità di denaro derivante dall'ottenimento dei crediti vantati nei confronti dell'Italia (ben 1 miliardo e 750 milioni di allora, una cifra astronomica per l'epoca).
Questa massa di soldi venne in un primo momento impiegata in quelle che dovevano essere le attività specifiche di un'istituzione religiosa (seppur allo stesso tempo finanziaria) e quindi opere di carità, interventi mirati ad alleviare le sofferenze dei poveri e degli emarginati, costruzioni di oratori, restauro di chiese, conventi e via dicendo.
Ma verso la fine degli anni '60 lo Ior si era trasformato in un vero e proprio crocevia di traffici sospetti, frenetici trasferimenti di capitali verso paradisi fiscali, acquisizioni di partecipazioni nelle più disparate società, il tutto nell'ottica del perseguimento della più aberrante logica del profitto.
A tutti i costi. Sintomatica a tale proposito fu l'incredibile acquisizione delle azioni della principale azienda produttrice della pillola anticoncezionale, che però solo pochi anni prima era stata messa al bando dalla famosa enciclica di Paolo VI "Humanae vitae".

Insomma, la Chiesa si era trasformata da grande forza morale a "elemento centrale nella creazione e nello scioglimento di alleanze finanziarie, bancarie e industriali".
Luciani si era subito accorto che qualcosa non andava e voleva porre fine a tutto questo, ma secondo Yallop qualcuno glielo impedì architettando il suo avvelenamento, forte di misure di sicurezza poste a protezione del pontefice decisamente carenti: un paio di Guardie Svizzere a presidio di uno solo dei quattro ingressi al Vaticano.

Yallop indica cinque sospettati principali.

- Il vescovo americano Marcinkus, presidente dello Ior, primo responsabile della sua gestione del tutto distorta e spregiudicata e strettamente legato ai destini affaristici e personali degli altri soggetti coinvolti nell'ipotesi di complotto contro Luciani: rimuoverlo dal suo incarico avrebbe significato far crollare anche gli interessi di tutti gli altri quattro sospettati, e questo, con la posta in gioco così alta, nessuno di loro poteva permetterlo.

- Michele Sindona, ovvero il "banchiere della mafia", al quale le "famiglie" americane avevano affidato il compito di gestire i proventi derivanti dallo spaccio della droga negli Stati Uniti. Sindona "puliva" il denaro frutto del traffico illecito con una serie di turbinosi passaggi attraverso società fantasma con sede in paradisi fiscali, ma anche facendoli transitare all'interno dello Ior, dove si poteva aprire un conto corrente solo dietro presentazione di influenti membri del Vaticano e dove non venivano rilasciate ricevute delle operazioni bancarie effettuate: un particolare non da trascurare se si volevano far sparire soldi di oscura provenienza.

- Licio Gelli, l'immancabile tessitore di trame occulte dell'Italia degli anni '70, che utilizzava la banca Vaticana per trasferire i fondi neri raccolti dalla loggia massonica P2 a supporto delle dittature sudamericane di Argentina, Cile e Uruguay, che poi venivano impiegati nell'acquisto di armi e per puntellare i regimi totalitari.

- Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano di Milano, che - con la complicità di Marcinkus - utilizzava lo Ior per stornare fondi agli azionisti della sua banca e aumentare il proprio patrimonio personale. Le azioni dell'Ambrosiano venivano infatti fittiziamente vendute in grandi quantità allo Ior (al quale in cambio venivano concesse sottobanco altissime "provvigioni"), ma materialmente rimanevano nella disponibilità di Calvi che così le poteva vendere una seconda volta, e a un valore ben più elevato, perché nel frattempo si erano rivalutate a seguito del "primo" massiccio acquisto fittizio.

- Non ultima la Curia romana, nella figura dei suoi esponenti più compromessi nei traffici di cui si diceva e che Luciani a breve avrebbe provveduto a sostituire.

Insomma, uno scenario e un libro inquietanti, con la tesi esposta da Yallop supportata solo da dati indiziari, ma con una teoria che nel complesso regge e che fino a oggi non è mai stata smentita nei fatti.


18 giugno 1982, Roberto Calvi viene ritrovato impiccato sotto il Blackfriars bridge, il ponte dei Frati Neri a Londra: suicidio oppure omicidio mascherato da suicidio?
Anche su questo episodio a oggi non si è ancora fatta piena luce.
Nel libro di Ferruccio Pinotti, vengono ripercorse tutte le intricate vicende che finora vi abbiamo illustrato e che coinvolgono il banchiere milanese, mentre la lettura scorre appassionante come se si trattasse di un thriller.
Ma non si tratta di finzione, è pura realtà: attraverso un'analisi dettagliata e ben documentata Pinotti cerca di indagare i motivi del crack del Banco Ambrosiano (che causò un ammanco di 1200 milioni di dollari), mettendo in luce i legami oscuri tra la politica e la finanza, coinvolgendo il Vaticano (con il già citato Ior e l'Opus Dei in primis), la mafia e la loggia P2.

Un libro coraggioso, con pagine da brivido come quelle in cui Pinotti ricostruisce gli ultimi giorni di vita di Calvi, trascorsi in uno squallido residence di Londra, e rese come se il lettore fosse ormai conscio dell'imminente morte del banchiere italiano. Un raro esempio di giornalismo d'inchiesta italiano che tutti dovrebbero leggere e che spiega come si possa morire in nome del dio denaro.


David Yallop, In nome di Dio, la morte di Papa Luciani , Pironti Editore, 1997, pag XVIII-340, € 15,50
Ferruccio Pinotti, Poteri forti, BUR, 2005, pag 414, € 9,50

26/06/2007 - Sip - postato da kzk