RIprendiamo il nostro percorso crepuscolare
con un film italiano di quasi trent'anni fa, di cui forse nessuno più si ricorda
ma che ha ancora molto da raccontare sulle nostre paure, sulla nostra
quotidianità e in fondo, sull'anima italiana
- Guarda che la pistola non è mica un giocattolo. Serve per
ammazzare.
- Ma a te è mai capitato di uccidere?
- Senti, io ti voglio dire una cosa: se ti vuoi divertire a sparare, vai a un
poligono… Però se decidi di girare con la pistola in tasca, un cristiano
prima o poi lo puoi pure uccidere. Ma non è quando spari che l'ammazzi: quel
cristiano, chiunque sia, è già morto nel momento in cui decidi di girare
armato, mi spiego?
Altro che History of violence. O, perché no, Le iene, tanto
per citare il Tarantino d'annata.
Il giocattolo, lo dico a bassa voce, è
qualcosa di molto diverso.
Forse è qualcosa di più. E la distanza che lo separa dalle altre opere
sopra citate riguarda anzitutto lo spessore del dramma sociale
italiano che, ovviamente, non può essere presente nelle omologhe
pellicole americane.
Il giocattolo non esagera la realtà, distorcendola o estremizzandola
come nei noir d'oltreoceano. Racconta una storia normale, di vivere quotidiano. Non ci
sono figure esagerate, né dialoghi frizzanti. Insomma, è un dramma
italiano.
La malinconia, quella c'è. La solitudine anche. Attraversano
tutto il film come lame, finendo per diventarne i comuni denominatori. La malinconia e
la solitudine hanno i tratti di Nino Manfredi, eccezionale nel suo meraviglioso senso
della misura.
Perché al contrario dei film-frullato di oggi, che ondeggiano fastidiosamente
tra il videogioco e il videoclip, in questo film come in tutti quelli dell'epoca
la recitazione viene prima del montaggio. Insomma, se sei un attore,
lo si vede davvero.
Manfredi veste i panni del timido Vittorio, contabile di un ricco imprenditore milanese
che ha trasformato la sua magnificente villa di periferia in un fortino-ufficio. Un
giorno Vittorio viene declassato, perché i cupi tempi non gli permettono
più di recarsi in banca per conto del suo padrone a prelevare, come da
abitudine, ingenti somme di denaro in contante.
Un ex maresciallo prende il suo posto, così Vittorio torna a lavorare dietro a
una scrivania, tra i faldoni dei fondi neri che è costretto a trafugare in casa
sua, in modo da occultarli in caso di ispezioni, e il suo metodico hobby domestico, che
consiste nel prendersi cura di orologi meccanici. E meccanica è la sua routine,
tra lavoro e casa dove l'attende la giovane moglie con la quale finisce per parlare
solo del condimento della pasta, al burro o al sugo.
Un giorno Vittorio, accompagnando sua moglie al supermercato, si trova coinvolto in una
rapina e viene ferito a una gamba da un proiettile vagante. Inizia così una
lenta rieducazione durante la quale fa amicizia con un ispettore di polizia.
Quasi per gioco, Vittorio decide allora di farsi accompagnare a un poligono e per
semplice curiosità prova a maneggiare una pistola. E in quel momento scopre di
possedere un talento naturale per le armi. Fa centro fin da subito. Era un perfetto
tiratore e nemmeno lo sapeva.
- Può darsi che nel tuo destino ci sta una pistola…- insinua l'amico
poliziotto.
È l'inizio di una metamorfosi sottile e nascosta. Emerge pian piano, ma con
assoluta precisione. Perché Vittorio rimane comunque un contabile, una persona
metodica e regolare. Anche quando prelevava il contante per conto del suo padrone lo
faceva in base a un calcolo, ottenere qualche soldo in più nello stipendio per
l'indennità di rischio, non per eroismo.
- Sei bugiardo. Sei ambiguo e bugiardo. Ma io… ho capito chi sei.
- E chi so'?
- Sei una tigre. Acquattata nell'erba. Pronta a balzare e a sbranare appena sente
l'odore del sangue.
Non si può dire di più sulla trama senza rischiare di togliere tensione e
sorpresa al film. Il finale, bellissimo, agghiacciante e inaspettato, si potrebbe
definire "all'italiana", ma nel senso migliore del termine.
Figlio cioè di una dramma sociale tutto nostrano, fatto di piccoli uomini
abbandonati di fronte all'agire criminale.
E mentre la moglie di Vittorio si ammala sempre di più, finendo per passare le
intere giornate a letto, l'abile regia tratteggia i contorni di un'Italia nel profondo
degli anni di piombo, dai colori spenti e perennemente sotto scacco di un qualsiasi
attentato, di una bomba fatta esplodere da qualche nemico invisibile.
Visto dalla nostra prospettiva appare davvero un mondo senza futuro, eppure quell'epoca
che ci sembra così lontana è (stata) l'Italia. Invece quel terrore
diffuso, quella continua ricerca di protezione che spinge tutti alla ricerca di una
pistola da portare sempre con sé, ricorda più da vicino l'attuale Italia.
E il mondo occidentale.
Un'opera così semplice e al tempo stesso solida, profonda, nella migliore
tradizione della nera all'italiana dovrebbe essere ricordata più
spesso. Perché c'è un grande Manfredi, e lo abbiamo già detto, ma
anche perché le musiche di Morricone travestono il film da western moderno. E
poi perché, sotto sotto, c'è lo zampino di Sergio Leone che produsse il
film.
Eppure oggi, di un film profondo e inquietante come Il giocattolo, non si
sente mai parlare.
Di Taxi driver sì, di History of violence anche. Giustamente,
è ovvio.
Ma di questo, no.
Il giocattolo. Regia di Giuliano Montaldo, con N. Manfredi, V. Mezzogiorno, A.
Foà. Prod. Italia, 1979. Durata 118'.
02/05/2007 - Nìkanor - postato da
kzk