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Visioni :: Crepuscoli/19: Il giocattolo

RIprendiamo il nostro percorso crepuscolare con un film italiano di quasi trent'anni fa, di cui forse nessuno più si ricorda ma che ha ancora molto da raccontare sulle nostre paure, sulla nostra quotidianità e in fondo, sull'anima italiana

- Guarda che la pistola non è mica un giocattolo. Serve per ammazzare.
- Ma a te è mai capitato di uccidere?
- Senti, io ti voglio dire una cosa: se ti vuoi divertire a sparare, vai a un poligono… Però se decidi di girare con la pistola in tasca, un cristiano prima o poi lo puoi pure uccidere. Ma non è quando spari che l'ammazzi: quel cristiano, chiunque sia, è già morto nel momento in cui decidi di girare armato, mi spiego?


Altro che History of violence. O, perché no, Le iene, tanto per citare il Tarantino d'annata.
Il giocattolo, lo dico a bassa voce, è qualcosa di molto diverso.
Forse è qualcosa di più. E la distanza che lo separa dalle altre opere sopra citate riguarda anzitutto lo spessore del dramma sociale italiano che, ovviamente, non può essere presente nelle omologhe pellicole americane.

Il giocattolo non esagera la realtà, distorcendola o estremizzandola come nei noir d'oltreoceano. Racconta una storia normale, di vivere quotidiano. Non ci sono figure esagerate, né dialoghi frizzanti. Insomma, è un dramma italiano.

La malinconia, quella c'è. La solitudine anche. Attraversano tutto il film come lame, finendo per diventarne i comuni denominatori. La malinconia e la solitudine hanno i tratti di Nino Manfredi, eccezionale nel suo meraviglioso senso della misura.

Perché al contrario dei film-frullato di oggi, che ondeggiano fastidiosamente tra il videogioco e il videoclip, in questo film come in tutti quelli dell'epoca la recitazione viene prima del montaggio. Insomma, se sei un attore, lo si vede davvero.

Manfredi veste i panni del timido Vittorio, contabile di un ricco imprenditore milanese che ha trasformato la sua magnificente villa di periferia in un fortino-ufficio. Un giorno Vittorio viene declassato, perché i cupi tempi non gli permettono più di recarsi in banca per conto del suo padrone a prelevare, come da abitudine, ingenti somme di denaro in contante.
Un ex maresciallo prende il suo posto, così Vittorio torna a lavorare dietro a una scrivania, tra i faldoni dei fondi neri che è costretto a trafugare in casa sua, in modo da occultarli in caso di ispezioni, e il suo metodico hobby domestico, che consiste nel prendersi cura di orologi meccanici. E meccanica è la sua routine, tra lavoro e casa dove l'attende la giovane moglie con la quale finisce per parlare solo del condimento della pasta, al burro o al sugo.

Un giorno Vittorio, accompagnando sua moglie al supermercato, si trova coinvolto in una rapina e viene ferito a una gamba da un proiettile vagante. Inizia così una lenta rieducazione durante la quale fa amicizia con un ispettore di polizia.

Quasi per gioco, Vittorio decide allora di farsi accompagnare a un poligono e per semplice curiosità prova a maneggiare una pistola. E in quel momento scopre di possedere un talento naturale per le armi. Fa centro fin da subito. Era un perfetto tiratore e nemmeno lo sapeva.

- Può darsi che nel tuo destino ci sta una pistola…- insinua l'amico poliziotto.

È l'inizio di una metamorfosi sottile e nascosta. Emerge pian piano, ma con assoluta precisione. Perché Vittorio rimane comunque un contabile, una persona metodica e regolare. Anche quando prelevava il contante per conto del suo padrone lo faceva in base a un calcolo, ottenere qualche soldo in più nello stipendio per l'indennità di rischio, non per eroismo.

- Sei bugiardo. Sei ambiguo e bugiardo. Ma io… ho capito chi sei.
- E chi so'?
- Sei una tigre. Acquattata nell'erba. Pronta a balzare e a sbranare appena sente l'odore del sangue.


Non si può dire di più sulla trama senza rischiare di togliere tensione e sorpresa al film. Il finale, bellissimo, agghiacciante e inaspettato, si potrebbe definire "all'italiana", ma nel senso migliore del termine.
Figlio cioè di una dramma sociale tutto nostrano, fatto di piccoli uomini abbandonati di fronte all'agire criminale.
E mentre la moglie di Vittorio si ammala sempre di più, finendo per passare le intere giornate a letto, l'abile regia tratteggia i contorni di un'Italia nel profondo degli anni di piombo, dai colori spenti e perennemente sotto scacco di un qualsiasi attentato, di una bomba fatta esplodere da qualche nemico invisibile.

Visto dalla nostra prospettiva appare davvero un mondo senza futuro, eppure quell'epoca che ci sembra così lontana è (stata) l'Italia. Invece quel terrore diffuso, quella continua ricerca di protezione che spinge tutti alla ricerca di una pistola da portare sempre con sé, ricorda più da vicino l'attuale Italia. E il mondo occidentale.

Un'opera così semplice e al tempo stesso solida, profonda, nella migliore tradizione della nera all'italiana dovrebbe essere ricordata più spesso. Perché c'è un grande Manfredi, e lo abbiamo già detto, ma anche perché le musiche di Morricone travestono il film da western moderno. E poi perché, sotto sotto, c'è lo zampino di Sergio Leone che produsse il film.

Eppure oggi, di un film profondo e inquietante come Il giocattolo, non si sente mai parlare.
Di Taxi driver sì, di History of violence anche. Giustamente, è ovvio.
Ma di questo, no.

Il giocattolo. Regia di Giuliano Montaldo, con N. Manfredi, V. Mezzogiorno, A. Foà. Prod. Italia, 1979. Durata 118'.

02/05/2007 - Nìkanor - postato da kzk


RSScommenti


 

Ottima scelta, questo e "Per grazia ricevuta" sono i due film di Manfredi che preferisco.

03/05/2007 14:43:48 - Max Bartender

 

ciao!
ho il vhs originale de "Il giocattolo" e lo conosco e studiato a memoria. Hai proprio ragione quando pari del rapporto con i film di oggi.
Comunque anche in italia, oggigiorno, è impensabile un film come questo o come "Pane e cioccolata" Perchè parlano d'un italia che (per fortuna) non vi è più. Anche se purtroppo con lei, se ne sono andati tutti i grandi attori.

fabrizio

06/11/2007 10:58:35 - fabrizio

 

Avete citato altri due film bellissimi che, come tanti altri, meriterebbero di essere visti e rivisti, a partire dalla grande recitazione di Manfredi.
Hai ragione quando dici che quell'Italia è diversa da quella di oggi, però vorrei che oggi qualcuno tratteggiasse il nostro paese con la stessa intensità.
Qualcuno ha in mente qualche titolo?

11/11/2007 10:22:53 - Nìkanor


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