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Parole :: Parigi? Non finisce mai…

La magia di una città che, nonostante tutto, riesce a presentarsi ancora come un sogno, come un'utopia realizzabile, capace di far vivere davvero la letteratura e l'arte, nelle pagine dello scrittore spagnolo Vila-Matas

Che cos'è Parigi?
Scrittori, poeti e semplici individui da sempre tentano di rispondere a questo interrogativo che ricorre ogni qual volta pensiamo alla capitale francese.
Ma è possibile darne una definizione?
Parigi esiste veramente oppure è solamente uno stato mentale, un sogno?
Una metropoli che ci appare come non-luogo perché talmente vivida e presente nel nostro immaginario grazie ai tanti film e romanzi che vi sono ambientati.

O forse è la città ideale?
Un universo affascinante e distinto da quello che quotidianamente sperimentiamo e così originale ed elegante da renderla la città agognata e cosmopolita nella quale molti vorrebbero vivere.
Oppure, per dirla con Hemingway che in gioventù vi trascorse i primi anni della sua formazione giornalistica, Parigi probabilmente è una "festa mobile", ovvero una città talmente vivace e stimolante dal punto di vista culturale e artistico da essere il luogo ideale per i bohèmien, sempre così in cerca di un'ispirazione e degli spunti vincenti per il loro personale apprendistato letterario da spostarsi da un caffé all'altro, da una riva all'altra della Senna portandosi dietro la propria vivacità intellettuale come se si trattasse davvero di una festa viaggiante.

Ma forse queste sono domande che non avranno mai risposta perché Parigi è una città talmente sfaccettata e nella quale i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri da risultare interminabile, e quindi, semplicemente, possiamo dire che "Parigi non finisce mai".
Questo è il titolo del libro di Enrique Vila-Matas, un romanzo autobiografico nel quale l'autore spagnolo descrive le sue vicissitudini e le sue ansie creative, giovane scrittore nel suo soggiorno parigino in un sottotetto affittatogli nientemeno che da Marguerite Duras, poetessa e regista di fama negli anni '70.

Nelle ristrettezze della più classica bohème e appigliandosi a un vademecum per scrittori principianti fornitogli dalla stessa Duras, il poco più che ventenne Vila-Matas cerca di dare vita alla sua prima opera. Ne scaturisce l'apparentemente bizzarra idea di un romanzo che uccida chi lo legge e che, tra mille tormenti e difficoltà, prenderà forma con il titolo de L'assassina letterata. Lui però fa fatica a pagare l'affitto e ancor più a capire gli astrusi consigli della Duras, che gli si rivolge con il suo "francese superiore", un francese talmente forbito e alto da essere talvolta incomprensibile agli stessi connazionali della scrittrice.
L'idolo del protagonista è Hemingway, al quale crede di somigliare e di cui tenta di replicare gli atteggiamenti e il modo di abbigliarsi. Ma spesso ai suoi slanci di giovane entusiasta scrittore fanno da contraltare momenti di profondo sconforto dettato dalla sua solitudine di artista e dagli ostacoli incontrati nella ricerca della giusta ispirazione.

Vila-Matas ripercorre così le gioie, i dolori, la disperazione e luoghi, autori, immagini che sono parte dell'intreccio di storie dei personaggi famosi incontrati, del fermento delle idee degli anni '70 dopo la contestazione, dell'ambiente letterario dell'epoca ma anche dell'intimità nascosta dietro le sue quinte.

Un libro che, nonostante a un prima impressione possa apparire surreale e privo di un filo logico, si legge tutto d'un fiato, in una Parigi che altro non è che la proiezione dell'anima di un artista in cerca soprattutto della propria identità di uomo, come si può notare anche da questo beve estratto che - crediamo - da solo possa invogliare alla lettura del romanzo:

Pensate a quali possono essere le principali ragioni per essere disperati. Ognuno di voi avrà le sue. Vi sottopongo le mie: la volubilità dell'amore, la fragilità del nostro corpo, l'opprimente meschinità che domina la vita sociale, la tragica solitudine nella quale in fondo viviamo tutti, le contrarietà dell'amicizia, la monotonia e l'insensibilità connaturate all'abitudine di vivere. Sull'altro piatto della bilancia troviamo Parigi. Quella città, forse perché non finisce mai e per di più è meravigliosa, ha la meglio su tutto, ha la meglio su tutti i motivi che l'uomo trova per essere infelice.


Enrique Vila-Matas, Parigi non finisce mai, Feltrinelli, 2006 € 16, 226 p.

L'immagine in questa pagina è Montmartre, di John Cohen ed è pubblicata con licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike.

07/01/2007 - Sip - postato da kzk