Diciotto secoli fa ha origine la fantascienza. Tra satira e
ironia, neologismi e viaggi sulla luna, gli spunti letterari e paradossali di Luciano
di Samosata che, raccontando, riflette sul rapporto tra verità e
menzogna
Io, Luciano, ho scritto queste cose
che già sapevo antiquate e sciocche
perché agli uomini sciocche sembrano essere
anche le cose che sembrano sagge
e non c'è un pensiero superiore
fra gli uomini - ma quello che tu ammiri
per gli altri è solo oggetto di scherno…
Questo spurio epigramma scritto da Fozio, ecclesiastico ed erudito bizantino del IX
secolo, ci indica preziosamente tutte le contraddizioni e i conflitti letterari di tal
Luciano, autore di quella che viene riconosciuta come la prima opera di fantascienza:
Storia Vera.
Ma non siamo nell'epoca di Verne
o di Wells, di Clarke o Asimov.
Bisogna tornare indietro, molto indietro. Diciamo di diciotto secoli, all'incirca. Del
nostro Luciano di Samosata, l'autore, non sappiamo più nulla
dopo il 180-190 d.C., ma in vita, tra una carica di archistator romano e una di
segretario di Prefetto, tra l'avvocatura e la retorica delle orazioni, egli ha avuto il
tempo di scrivere e molto ci ha lasciato.
Alethòn Dieghematòn, cioè Delle Storie Vere
è, appunto, la sua opera più celebre.
In essa la sua fantasia spazia libera e irriverente, immersa in continue invenzioni
letterarie (kinobàlanoi e i gastroecnémiai sono due
esempi dal significato perlomeno curioso), mentre il protagonista viaggia come un
Ulisse in posti incredibili come la luna (e siamo ben prima dell'Orlando Furioso)
oppure scopre inimmaginabili invenzioni come il katòptron
meghìston, specchio immenso, dentro il quale egli vede tutte le
città e i popoli della terra come se si trovasse in mezzo al loro.
Precursore della realtà virtuale?
Non esageriamo, anche perché la sua fantasia non è fine a se stessa. Ma
Luciano non inventa per (far) riflettere sulla società come il grande
commediografo Aristofane.
I suoi spunti sono esclusivamente letterari. Filosofici anche, ma al tempo stesso
scientifici. Tutto alla rovescia naturalmente, perché Luciano prende in
giro la scienza, la deforma immergendola in una girandola di situazioni
paradossali, riecheggianti Omero, Esiodo e i filosofi antichi. E ci riesce così
bene da diventare punto di riferimento per i suoi, chiamiamoli così, "epigoni":
il già citato Orlando Furioso, Gargantua e Pantagruel, le
Avventure del barone di Münchhausen, Ventimila leghe sotto i
mari, perfino Pinocchio…
La fantascienza lucianea è anche satira, poiché prende
in giro deformandole, credenze e topoi letterari; il riso che suscita ha il
potere di "corrodere", allo scopo ultimo di far riflettere, sbeffeggiando le religioni
antiche, le tradizioni irrazionali, le superstizioni e i valori effimeri della
società. Come nell'Icaromenippo, altra sua opera, dove Menippo, astuto
imitatore di Icaro, costruisce delle ali ottiche e riesce così a superare il
calore del sole evitando di precipitare come il leggendario Icaro con le sue ali di
cera.
Non proprio un "illuminato" ante-litteram, Luciano, eppure talmente vivace da sfuggire
alle canoniche classificazioni. La Suda, una sorta di enciclopedia bizantina, lo
presenterà come un bestemmiatore infame. Ma si potrebbe tranquillamente
aggiungere che era un gran bugiardo.
Tuttavia, altro paradosso, Luciano non è un millantatore. Non ci spaccia la
pirite facendoci credere che sia oro, piuttosto ci confessa che l'oro nella sua mano
è pirite. È il suo gioco letterario che piace e affascina, oggi come
allora; basta scorrere i primi capitoli dell'opera per farsene un'idea.
Dopo aver citato alcuni narratori di "stramberie" come Ctesia di Cnido e Giambulo,
senza dimenticare il loro maestro di ciarlataneria, l'omerico Ulisse, Luciano decide di
catturare su di sé tutta l'attenzione del lettore:
…leggendo tutti questi autori, non è che poi mi sentissi di riprenderli
tanto per le menzogne - vedevo infatti che il mentire era ormai un fatto abituale
anche per quelli che facevano professione di filosofia; mi sorprese piuttosto che
pensassero di aver scritto cose non vere senza che gli altri se ne potessero
accorgere. Pertanto anch'io, desideroso, per vanità, di lasciare qualcosa ai
posteri e per non essere il solo privo della libertà poetica, non avendo
niente di vero da raccontare (…) mi diedi alla menzogna, una menzogna, a dire
il vero, molto più ragionevole delle altre: infatti, riconoscendo subito che
mentirò, dirò almeno questa verità. In tal modo, se sono io
stesso ad ammettere che non dico niente di vero, mi sembra di poter evitare il
biasimo del prossimo. Scrivo dunque di cose che non vidi, né v'ebbi parte in
alcun modo, né seppi da altri; aggiungi pure che non esistono assolutamente e
che non possono in nessun caso aver luogo. E farà bene il lettore a non
crederci affatto.
Insomma, un po' come dire "i cretesi sono tutti bugiardi, e io sono cretese". Ma
Luciano anticipa Epimenide, l'inventore di quel paradosso. La sua fantascienza diverte,
perché smuove le coscienze. Afferra lo stomaco e lo striglia, lasciandoci
meravigliati e attoniti,
come diceva
Annika, a proposito di un altro autore.
Poi mi capita di leggere l'introduzione di Gianni Toti all'edizione che posseggo (TEN
1994, 100 pp., 1.000 lire) e così scopro che la radice di "menzogna", latina o
sanscrita che sia, si riferisce sempre al pensiero come forma del ricordare
(meminisse), cioè "pensare attivamente".
Insomma ricordo, penso, leggo, poi magari supero la linea della verità e
così invento, rielaboro. Bugia e verità forse sono due termini che hanno
poco senso nella narrativa. La narrativa non è la realtà ma,
indiscutibilmente, è. Punto.
Allora appare chiaro quanto sarebbe inutile il solo tentare di raccontare la
Storia
Vera di Luciano: nessuno mi crederebbe.
E, aggiungo, farebbe pure bene a non credermi.
17/12/2006 - Nìkanor - postato da
kzk