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Visioni :: Crepuscoli/18: La rabbia giovane

Un regista di culto, un film poetico e violento per una nuova tappa nelle zone d'ombra del crepuscolo. Azione e ribellione, ansia e desiderio e le domande (senza risposta) sul senso dell'agire umano

La rabbia giovane (Badlands). Regia di Terrence Malick, con M. Sheen, S. Spacek, W. Oates. Prod. USA 1973. Durata 90'. V.M. 14.

Se gli anni '70 si ricordano, tra l'altro, per la numerosa presenza di road movie, diciamo che almeno uno di questi merita ampiamente di rientrare all'interno dei Crepuscoli.
È l'opera, strepitosa, con cui Terrence Malick fa il suo esordio alla regia, nel 1973 e che ha contribuito in modo determinante a costruire attorno alla sua figura un'aura di rispetto e ammirazione. Anche perché fino ad oggi i film da lui diretti si contano su una mano monca (e non è un modo di dire visto che per adesso siamo a quattro).

Una personalità affatto allineata ai ritmi del tritacarne hollywoodiano non poteva che creare un'opera "diversa"; se da un lato egli ricalca i miti americani (Gioventù bruciata e, perché no, Il laureato e Easy rider) riprendendo un genere sperimentato più volte, dall'altro la sfumatura narrativa è certamente non convenzionale e particolarissima, al punto da generare un filone a sé: la fable-road-movie.

La storia è presto detta: il giovane Kit (un Martin Sheen molto "deaniano") conosce la quindicenne Holly (Sissy Spacek) e se ne innamora. Il padre di lei, contrario alla loro frequentazione, non spaventa né frena Kit, che decide di fuggire con Holly e così i due iniziano a vagare tra gli States lasciandosi dietro una lunga scia di morti.
Come spesso accade, una trama riassunta in poche righe non riesce ad accendere la curiosità se non è supportata dalle immagini. È proprio qui che entra in gioco la regia, capace di trasformare una fabula lineare in un'opera eccelsa o, al contrario, (dis)abile nel rovinare uno spunto interessante.

La capacità di Malick, come detto, sta proprio nell'impregnare la storia di una tonalità inedita con risultati a dir poco fascinosi: dà l'idea che non gli interessasse tanto la trama, ma volesse concentrarsi completamente sulle sensazioni e sul mood.
In effetti, una regia normale avrebbe trattato la storia come una fuga violenta tra inseguimenti, uccisioni e sparatorie, esaltando eventualmente la brutalità delle situazioni. Invece si ha la sensazione di assistere ad una fiaba. Una fiaba violenta.

Non potrebbe essere altrimenti considerata la giovane età dei protagonisti (e, per una volta, il titolo italiano è all'altezza della situazione); per fare un esempio, Kit vaga sempre con pistola e fucile a portata di mano. Del resto questi sono gli States, un paese dove le armi sono a portata di mano, dove anche presso un benzinaio si possono acquistare le pallottole.  

Anche Kit, per tornare al film, non è minimamente preoccupato per una sua eventuale condanna alla sedia elettrica. È il padre di Holly, piuttosto, che senza nemmeno conoscerlo non vuole che si avvicini alla figlia. Il timore classista e la totale mancanza di dialogo fanno da detonatore per scatenare il desiderio di ribellione di Kit.
Desiderio, non ansia, perché egli vive le sue azioni senza lasciarsi prendere dalla foga, senza restare accecato dalle proprie azioni, eventualmente acuendole. Al contrario, dopo aver iniziato a sparare a chiunque lo ostacoli (civili e poliziotti per lo più armati), man mano rallenta, fino ad interromperla, la sua scia di omicidi.
Rimane la fuga, proprio perché Kit non è un assassino. Cioè, non si sente assassino, pur avendo ucciso.

E qui entra in gioco la sfumatura fiabesca, perché i personaggi sono ritratti "in lontananza". Simili eppure diversi dalla realtà, dato che le loro azioni appaiono in qualche modo ovattate, quasi sfumate alla luce dorata che colora le immagini dei deserti e delle sconfinate pianure americane. Le solitarie strade polverose, regolarmente dritte, sembrano sparire verso l'indefinito orizzonte, come se tracciassero un percorso diretto in un mondo lontano, visibile, ma pur sempre irraggiungibile.

Un altro ambiente che si ricorda, il bosco dove Kit e Holly predispongono il primo rifugio, ha invece i tratti di un castello fiabesco. Tra i sottili e alti fusti degli alberi i due intrecciano striminzite passerelle e sottili scalette per salire e scendere degli arbusti, erigono stanze e rifugi proprio come se si trattasse di un'abitazione elfica.
Sembra l'ambiente naturale di Holly, una giovanissima Sissy Spacek lentiggionosa e "irlandese", dagli occhi turchese e dei capelli rossi, che si muove silenziosa ed eterea, illuminata dall'abbagliante luce gialla che filtra tra i rami in un gioco di sfumature impressioniste.
In effetti Holly è il personaggio chiave della storia, colei che ne determina più di tutti i tratti fiabeschi. Il suo comportamento docile e misterioso, la sua voce calma, i suoi sguardi silenziosi e soprattutto la sua voce fuori campo, che narra le sensazioni come in un diario, rivelano la perfetta, sottile somiglianza con una fata elementale.

Un film misterioso, crepuscolare ed evidentemente controverso che pare suggerire che i giovani vivano la propria ribellione senza alcun futuro e forse senza rendersene conto appieno (come giovani cuccioli, come bambini) mentre gli adulti li considerano estranei e incapaci, lasciandoli ai "limiti" della vita.

Guardando questo film, mi è tornata in mente la canzone La cattiva strada di Fabrizio De André. Naturalmente non occorre scomodare uno psicologo per comprenderne le correlazioni: la cattiva strada è una via più o meno solitaria dove a violenza si risponde con violenza, scatenando una spirale a senso unico, qualora la "società" non si sforzi di cercare risposte diverse.
La cattiva strada è anche la "simpatia negativa" che caratterizza una persona il cui agire non è ammesso dalle regole e dalle norme del vivere civile; è il voler andare oltre le semplici distinzioni tra bene e male, nella difficile ricerca delle vere cause dell'agire umano, senza limitarsi solamente a reprimerne le conseguenze.

…ma c'è amore un po' per tutti
e tutti quanti hanno un amore,
sulla cattiva strada.

30/04/2006 - Nìkanor - postato da kzk


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Con molto ritardo ho rimediato alla mia mancanza e ho visto "La rabbia Giovane". Devo ammettere che la definizione di favola violenta è molto azzeccata. L'atmosfera è davvero quella di una fiaba e la violenza ci si cala dentro senza scomporre questo mood, questa sensibilità narrativa.
Un film del genere non poteva che essere girato negli anni '70: adesso sarebbe impossibile, la brutalità e volgarità della violenza delle immagini a cui siamo abituati avrebbe richiesto un suo tributo ben più pesante al girato.
Pensavo a Natural Born Killers, anche questo storia di fuga, ma molto più efferata, sboccata, sanguinolenta. Certo, altra situazione, altra storia…
La poesia dell'innocenza che sceglie di sporcarsi fino alle conseguenze finali come potrebbe essere resa in modo migliore, oggi, di quanto non abbia fato Malick nel '73?

18/08/2006 10:09:38 - kzk


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